21/02/2020

Dal convegno organizzato dal DigiLab della Sapienza, alcune note su stato dell’arte, trend e possibili scenari del settore editoriale italiano rispetto alla transizione al digitale. 

Giovedì 13 febbraio a Roma siamo intervenuti al convegno Il futuro dell’editoria digitale. Stato dell’arte, trend e possibili scenari. L’incontro era organizzato dal Centro Interdipartimentale DigiLab di Sapienza Università di Roma, in collaborazione con i Dipartimenti SARAS-Sapienza, CORIS-Sapienza, il Centro di Eccellenza del Distretto tecnologico Beni e Attività culturali della Regione Lazio, l’Università degli Studi di Cagliari e CulturMedia-Legacoop. 

Più che di un convegno “tradizionale”, si è trattato di un momento di inusuale e proficuo confronto tra rappresentanti del mondo accademico e realtà imprenditoriali impegnate nell’innovazione editoriale e culturale. 

Un approccio del tutto in linea con quanto la Regione Lazio sta sperimentando attraverso il Centro di eccellenza DTC Lazio, presentato in apertura dal professor Giovanni Ragone – ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi della Sapienza e storico dell’editoria. Questo progetto pilota riunisce infatti 5 università (Sapienza, Tor Vergata, Roma Tre, Università della Tuscia, Università degli Studi di Cassino e del Lazio meridionale) e 3 centri di ricerca (CNR, INFN ed ENEA) con l’obiettivo di innovare la conservazione, valorizzazione e promozione del patrimonio storico-artistico e culturale della regione, attraverso attività di formazione e ricerca. 

Editoria digitale in Italia: una transizione non riuscita

È questa la premessa con cui il professor Ragone – coordinatore dell’incontro con il professor Gianfranco Crupi – ha aperto i lavori, rimandando a quanto da lui già preconizzato nel 2005 (L’editoria in Italia. Storia e scenari per il XXI secolo, 2005, Liguori). Finora, la transizione al digitale nel nostro Paese ha interessato l’editoria di servizi più che l’editoria tradizionale, portando alla nascita di una “nuova editoria”, come dimostrano diversi casi presentati nel corso dell’incontro. 

Una difficoltà, quella della conversione al digitale, purtroppo condivisa anche dall’editoria scolastica e da quella accademica. 

Rispetto all’ambito accademico, in particolare, Gianfranco Crupi – associato di Letteratura Italiana della Sapienza – ha introdotto il tema della transizione all’Open Access. Tra gli esempi virtuosi in tal senso, Plan S, un’iniziativa per accelerare il passaggio completo in questa direzione, lanciata nel 2018 dal consorzio internazionale Coalition S con il supporto della Commissione Europea e del Consiglio Europeo per la Ricerca. Il piano prevede che dal 2021 le pubblicazioni scientifiche derivanti da ricerche finanziate con fondi pubblici debbano essere pubblicate in riviste o piattaforme che rispettino l’Open Access. 

Questi invece gli spunti di riflessione sollevati dal professore in relazione alla transizione al digitale per l’editoria accademica

  • Il rapporto con gli editori;
  • La scelta dei formati di pubblicazione (proprietari oppure open source);
  • La scelta dei dispositivi (considerando che i più diffusi sono legati a società private);
  • Gli standard di metadati per la gestione dei diritti, da un lato, e la conservazione di questi prodotti digitali, dall’altro;
  • I modelli di distribuzione.

Tra le sperimentazioni nella distribuzione dell’editoria periodica, ad esempio, proprio la Sapienza ha attivato un portale delle riviste scientifiche digitali dell’ateneo, gestite tramite il sistema OJS (Open Journal Systems). 

Venendo invece alle piattaforme di self-publishing, il professor Crupi ha sollevato la questione delle garanzie da esse offerte e della qualità delle infrastrutture di supporto a questo tipo di editoria (ad es. in relazione alla conservazione di lungo periodo di questo genere di contenuti). 

La filiera produttiva: quali input dal digitale?

Dalle case editrici completamente digitali come Nativi Digitali Edizioni, al self-publishing di Streetlib, alla produzione editoriale dal basso e al crowdfunding di Bookabook, fino agli audiolibri dal trend in crescita, sono diverse le esperienze che dimostrano come il digitale possa contribuire a innovare e arricchire la filiera produttiva del libro. A introdurle, Tiziano Pitisci di Edizioni Open, piattaforma di microscrittura ed esempio di sovrapposizione tra social network e produzioni editoriali. 

Fondate su questa combinazione, piattaforme come Wattpad, Inkitt, o l’italiana Typee, da un lato, permettono all’autore di costruirsi una propria community e, dall’altro facilitano lo scouting da parte degli editori (cosa che ad esempio ha portato Wattpad a fondare essa stessa una propria casa editrice). 

Il focus dell’intervento di Pitisci si concentra però su un modello leggermente diverso, il cui obiettivo non è tanto arrivare al best-seller quanto generare processi replicabili. Il caso è quello di Galatea, app di storie immersive lanciata da Inkitt all’inizio del 2019 e già business multimilionario a cinque mesi dall’arrivo sul mercato. 

Qui, le storie di maggior successo pubblicate su Inkitt vengono adattate da un team di sceneggiatori di Hollywood per una fruizione porzionata e altamente immersiva. L’utente sceglie la storia da “leggere” all’interno di un catalogo. Ogni storia è divisa in episodi di 10 minuti: l’utente ne riceve gratuitamente uno al giorno. Può quindi decidere se aspettare il giorno successivo per il seguito o richiederlo subito a pagamento (wait-or-buy). Gli episodi vengono inizialmente raccontati in forma di chat story. Da qui si passa alle singole scene narrate con effetti speciali (sonori e visivi) e feedback tattili che fanno letteralmente immergere l’utente all’interno della storia. 

Oltre l’ebook, oltre il lettore

Appare evidente come questo tipo di ibridazione cambi del tutto il mercato di riferimento: con esperienze di questo tipo i competitor non sono più i libri tradizionali, ma le piattaforme audiovisive stesse. 

È chiaro allora che la transizione al digitale non può esaurirsi nel passaggio all’ebook. Lo sottolineano sia Marco Frullanti di Nativi Digitali (NDE), sia Tomaso Greco di Bookabook. L’auspicio del primo è infatti che si vada oltre l’ebook verso una forma di narrazione multimediale e interattiva che non parli solo ai lettori forti, ma coinvolga ad es. anche appassionati di serie TV, film o videogame. 

Va proprio in questa direzione il progetto NDE Visual, realizzato grazie al bando IncrediBol! per il sostegno della crescita del settore culturale e creativo in Emilia-Romagna. Obiettivo: la creazione di contenuti digitali a metà strada tra romanzo e videogioco, di cui la visual novel “The Deadline” è il primo esempio. 

Anche Tomaso Greco sottolinea che ad essere cambiata con l’ebook è solo la tecnicalità, non certo l’esperienza del lettore. E questo è ancora più sintomatico in uno scenario come quello attuale dove “il lettore non esiste, esistono consumatori di contenuti culturali, di beni o servizi per il tempo libero”. È questo infatti l’orizzonte in cui ci si muove ed entro cui si compete oggi. 

Dal suo punto di vista occorre quindi “ripensare l’editoria alla luce dei bisogni delle persone”. Un discorso che vale anche per le librerie, invitate a porsi come “spazio di confronto culturale sul territorio più che mero punto vendita” in risposta ai bisogni di socialità e comunità dei cittadini. 

La prospettiva della cooperazione

L’attenzione alla cittadinanza e ai suoi bisogni si ritrova anche nell’intervento di Culturmedia – Legacoop. Nello specifico, per l’alleanza delle cooperative italiane sono tre gli ambiti di interesse. Innanzitutto, l’innovazione deve produrre qualità e buona editoria, contrastando la banalizzazione del digitale. Il secondo ambito è legato all’eticità: l’editoria dev’essere occasione di trasferimento di contenuti di democrazia, cittadinanza attiva, partecipazione. Infine, occorre adoperarsi per la diffusione della parola e per l’inclusività, raggiungendo un numero sempre maggiore di lettori, con bisogni differenti. 

In questa direzione va ad esempio il progetto Obiettivo Lettura, promosso da Alleanza Cooperative Italiane, con il sostegno e la collaborazione di CEPELL e ANCI. Presentato al Salone del Libro di Torino 2019, il progetto si pone l’obiettivo di contrastare le povertà educative attraverso la promozione della lettura e avrà il suo culmine durante la settimana della lettura (23-30 aprile). 

Betwyll e il social reading

La storia del libro come lo conosciamo è la storia di uno strumento, o medium, rimasto sostanzialmente identico per circa 600 anni. Da quando l’invenzione della stampa ha creato un oggetto replicabile e agevolmente distribuibile, non solo la società è radicalmente cambiata ma si è imposto un modello di fruizione e produzione culturale che ha accompagnato la storia dell’uomo, caratterizzandola, per secoli. Oggi, questo sistema è messo in discussione, hackerato, dai network sociali: un nuovo medium che sta stravolgendo il modello comunicativo, e dunque culturale, entro cui viviamo e operiamo. 

La storia di Betwyll si colloca a cavallo di questa rivoluzione tra analogico e digitale. Lo fa, da una parte, rispondendo alle esigenze del nuovo pubblico di “prosumer” generato dall’avvento del web. Dall’altra proponendo un nuovo modo di vivere il libro, la lettura. Un approccio questo che ha quindi un impatto sull’editoria. O meglio, dovrebbe averlo se il mondo dell’editoria fosse pronto per accogliere la rivoluzione digitale e sperimentare insieme alle realtà che stanno prototipando nuove esperienze di fruizione dei contenuti testuali, i libri.

Se il libro in 600 anni è cambiato, lo stesso non si può dire del lettore che, negli ultimi decenni, si è evoluto, ha mutato il proprio modo di rapportarsi con il patrimonio culturale. Oggi per appagare il bisogno di conoscenza del “prosumer” non basta il libro gutenberghiano. Serve qualcosa di più: un’esperienza più coinvolgente, più in linea con quanto proposto dai network sociali e dal social networking. 

Qui si colloca l’esperienza di Betwyll, l’app di social reading attraverso la quale lettori, studenti e docenti approcciano il libro e la lettura secondo le attuali dinamiche di interazione online con importanti e notevoli risultati soprattutto sul piano didattico.

Il social reading di Betwyll è dunque una forma di lettura aumentata, che si basa sull’idea che riscrivere un testo sia un modo potente di leggerlo, cercando di smontarlo e di penetrare nel suo segreto. Secondariamente pensiamo che il vincolo della brevità costringa il lettore/riscrittore a spingersi ancora più in profondità nel suo lavoro di scavo. Da ultimo c’è la dimensione sociale dell’esperienza: provare il social reading significa condividere con altri su Betwyll le proprie chiavi di lettura.

Betwyll rappresenta dunque un modello innovativo di come, oggi, si può approcciare un testo letterario venendo incontro alle esigenze del nuovo lettore.

L’editoria indipendente

A guardare i dati sull’indie book publishing condivisi da Giacomo D’Angelo – CEO di Streetlib – sembra davvero che, per dirla nei suoi termini, non ci sia mai stato un periodo migliore del prossimo decennio per fare l’editore. 

La diffusione di smartphone e social media ha contribuito ad accrescere la fame di contenuti e i mercati si sono ampliati al punto da includere persone che prima erano escluse dalla possibilità di fruirli. Così come si sono moltiplicati gli esempi di editoria indipendente e di piattaforme che in tutto il mondo la supportano, fornendo strumenti e servizi per la pubblicazione e la vendita dei contenuti. Tra i vantaggi, la libertà di decidere come distribuirli, senza preoccupazioni di diritti territoriali. Ma anche quella derivante dall’assenza investimenti da proteggere sullo stampato. 

Di particolare efficacia il modello delle subscription, abbonamenti con accesso illimitato ai contenuti di una determinata piattaforma di distribuzione che rappresentano un’enorme opportunità tanto per l’autore/editore quanto per il lettore. Esse infatti “livellano il campo da gioco”: tutti i contenuti all’interno della piattaforma hanno pari accessibilità e non ci sono costi aggiuntivi per il lettore che vuole dare una chance ad autori che non conosce. Si pensi, ad esempio, che nel solo 2019 le royalties versate da Amazon Kindle Unlimited ammontavano a 300 milioni di dollari. 

Ugualmente in crescita il settore dell’audiolibro. Un esempio su tutti: Storytel, società svedese nata nel 1996 che nella sua storia ha attraversato fasi altalenanti e che ora è presente in 20 diversi mercati con i suoi audiolibri (ed ebook). La società si è data come obiettivo il raggiungimento della presenza in 40 mercati entro il 2023. Il che significa non solo disponibilità di contenuti nelle diverse lingue locali ma anche di contenuti specifici per ogni diverso contesto. 

La prospettiva del diritto

Barbara Mastropietro, che alla Sapienza insegna Diritto privato con focus su Diritto d’autore e Diritto dell’informazione, ha invece affrontato il tema della transizione al digitale dal punto di vista della giurisprudenza. 

Dei tre profili di massima individuabili e legati all’effetto della digitalizzazione su i) rapporti di forza, ii) supporti e iii) rapporti tra autori ed editori, il suo intervento si è soffermato su questi ultimi. Nello specifico, approfondendo le nuove forme contrattuali in ambito di self-publishing e crowdfunding.

Innanzitutto si è in presenza di un fenomeno di reintermediazione, in cui agli editori si sono sostituiti i service provider. Nel caso del self-publishing, questo implica che non ci sia un trasferimento dei diritti (l’autore è l’unico titolare) né una compartecipazione di rischi e doveri. Motivo per cui per la giurisprudenza tale rapporto si configura come un appalto di servizi.

Nel caso del crowdfunding, il rapporto giuridico che si delinea è duplice: da un lato, c’è quello tra autore e piattaforma; dall’altro, quello tra autore e lettori. Nel primo rapporto, la cessione dei diritti è temporanea e diventa definitiva nel momento in cui si arriva alla pubblicazione e alla sottoscrizione di un contratto. Nel secondo rapporto, si danno tre casi: i) raggiungimento dell’obiettivo di raccolta fondi e conseguente pubblicazione; ii) mancato raggiungimento dell’obiettivo e restituzione dei preordini; iii) raggiungimento di un obiettivo minimo, ma non sufficiente alla pubblicazione, per cui il contenuto viene messo a disposizione dei soli finanziatori. In ogni caso il preordine è equiparato a una caparra non revocabile fino alla scadenza della campagna e dal suo versamento non deriva alcun diritto di proprietà, compartecipazione o utilizzazione/proprietà intellettuale per il finanziatore. 

Mastropietro ha quindi concluso il suo intervento evidenziando i problemi giuridici posti dal contratto di edizione digitale e riconducibili principalmente: 

  • all’uso del termine “opera multimediale” (indicante sia il contenuto sia il contenitore);
  • al rapporto tra edizione cartacea ed edizione digitale (i cui diritti sono indipendenti tra loro);
  • alla disciplina ad esso applicabile. 

Libro?

Roberto Maragliano, già Ordinario nel settore Didattica e Pedagogia speciale dell’Università Roma Tre, ha aperto il suo intervento con l’(amara) constatazione che l’editoria è l’unico settore che resiste alla trasformazione digitale, a differenza di quanto avvenuto ad es. per la musica e il cinema. 

Ha proseguito poi con una serie di interrogativi che mettono in discussione l’idea stessa di libro  – Questa trasformazione digitale che cosa riguarderà: il libro? Ma che cos’è il libro? I lettori sono lettori di che cosa? Lo chiameremo ancora libro? – ricordando che utili indicazioni in questo senso potrebbero venire dal ripercorrere la storia del libro stesso (che ad esempio può non essere unitematico). 

Un’altra (amara) constatazione è che “l’editoria italiana sembra fare di tutto per impedire che il lettore cresca”. Data la situazione attuale – con la scuola che di fatto è l’unico ambito che consente all’editoria di avere un mercato (cartaceo) – il sistema non ha possibilità di sopravvivere. Il rischio è che così i giovani finiscano “per associare la scuola al libro cartaceo e poi la scuola al libro tout court”. Ma se “le sorti dell’editoria sono segnate, quelle della scuola e dell’università forse no”. In prospettiva, occorre quindi pensare fin da ora a che cosa verrà dopo, coinvolgendo la ricerca in questo sforzo collettivo di immaginazione. 

In chiusura di intervento, Maragliano ha poi evidenziando altri due questioni: il problema dell’autore (che diventa tale solo nel momento in cui cede i propri diritti, quando di fatto oggi siamo tutti, al contempo, autori e fruitori) e quello della promozione (che l’editore non garantisce). 

La tecnologia non è il problema

Nel suo intervento Mario Pireddu – professore Associato di Didattica, pedagogia speciale e ricerca educativa all’Università della Tuscia – ha evidenziato innanzitutto la mancanza del multimediale dove potrebbe esserci (a cominciare dal semplice inserimento di video negli ereader). Fatto ancora più sorprendente in ambito formativo, dove invece la convergenza digitale sarebbe “un volano incredibile dal punto di vista didattico”. 

Ha proseguito quindi con una serie di precisazioni, a sostegno del fatto che nel binomio lettura/tecnologia, i problemi non stanno nell’oggetto tecnologico. Innanzitutto, non si legge meno, si legge diversamente. E dove gli smartphone sono meno diffusi non si legge di più. Inoltre, proprio grazie alla penetrazione degli smartphone e dei social network nella società, la familiarità con la lettura e la scrittura è oggi molto maggiore rispetto al passato. Infine, la fascia d’età che legge di più in italia è quella tra gli 11 e i 14 anni (dati AIE): occorrerebbe chiedersi perché questa abitudine si perde e che cosa la disincentiva negli adulti. 

E se la risposta stesse nella personalizzazione?

Emiliano Ilardi – Professore Associato di Sociologia della comunicazione all’Università di Cagliari – ha presentato il neonato progetto “BBO – Book Batch One. Soluzioni per la configurazione e la produzione efficiente di prodotti editoriali personalizzati ad alto valore aggiunto”. Il progetto, avviato a ottobre 2019, è finanziato dal MISE con il Fondo per la Crescita Sostenibile – Sportello “Fabbrica intelligente” PON I&C, ed è coordinato dall’impresa M.E.T.A. in partnership con l’Università di Cagliari e con l’impresa F2. 

In linea con i trend dei consumi culturali degli ultimi anni, il progetto BBO punta a sviluppare un sistema che consenta il disegno, la produzione e la finalizzazione digitale e fisica di prodotti editoriali personalizzati, sia in termini di contenuto (personalizzazione delle conoscenze) sia in termini materiali (personalizzazione del layout, delle modalità di fruizione, del format fisico 3D del volume librario). 

Lavorerà quindi su due livelli. Da un lato, sulla personalizzazione contenutistica che sottrae il libro a logiche organizzative e tassonomiche preordinate, e consente ad esempio al docente di strutturare un libro di testo che contenga solo e tutti gli  argomenti che intende trattare durante il percorso scolastico.

Dall’altro, sulla personalizzazione formale, sia visuale e interattiva (libro digitale),  sia fisica (libro “cartaceo”), modulabile in termini di impaginato e layout, ma anche di packaging tridimensionale, con infinite possibilità di plasmare oggetti che sconfinano nell’arte e nel design, ad esempio attraverso tecniche di stampa 3D.

Gli ambiti su cui il team di lavoro si concentrerà sono l’editoria scolastica e universitaria; ma anche i libri per bambini, ragazzi e young adult; hobbistica e tempo libero; narrativa.

Che questi sviluppi possano portare a un aumento della lettura profonda e generare nuove modalità di lettura? 

Conclusioni

Secondo la  nostra visione il compito dell’editoria è quello di superare la barriera di diffidenza nei confronti dell’innovazione e sperimentare, anche grazie al lavoro delle realtà che operano all’interno di questo ecosistema, nuovi modelli di coinvolgimento del lettore. Solo in questo modo, solo aprendosi all’innovazione, l’editoria potrà uscire dalle secche in cui giace e aprirsi una strada verso il futuro della lettura. 

Fondamentale è inoltre il ruolo della ricerca e di momenti di confronto come questo, da cui, come evidenziato in chiusura Giovanni Ragone, sono emersi sostanzialmente tre assi (e possibili terreni di studio):

  1. Il cambiamento della forma libro (con tecnologie ampiamente mature per sostenerlo);
  2. La mancanza di luoghi di collaborazione tra ricerca e impresa;
  3. La complessità di ruoli, servizi, formati, … su cui è necessario ragionare in termini di filiera, definendoli e coinvolgendo il settore della formazione.

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